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Per finta per davvero (Pirandelliana) regia Fedreico Grassi

«L’arresa è sottovalutata» dice Abigail. Si alza dal letto e si avvicina alla finestra...
Updated 4/17/2008
Updated 7/4/2008
Updated 10/24/2007
Updated 10/24/2007
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Updated 5/5/2008
Updated 10/24/2007
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Giulia

Scrittore per sbaglio, uff...

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Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi... e che come allora sorridi. CIAO MAMMA.
July 04

Per finta per davvero (Pirandelliana)

Mercoledì 25 giugno, una data da ricordare! Ho trascorso una serata indimenticabile e irripetibile per la sua originalità.

Recentemente sono riuscito, tramite conoscenti, a far pervenire una copia di “Ascoltando la notte” all’attore Federico Grassi (in questi giorni lo sta leggendo…. Scusa Federico per la tortura cui ti obbligo e grazie in anticipo).

Mercoledì 25 Federico ci ha invitati a Vercelli alla prima dello spettacolo “Per finta per davvero” (Pirandelliana)  della compagnia Officina Teatrale degli Anacoleti.

Io non sono un esperto di teatro ma lo spettacolo mi è piaciuto molto per originalità, intensità e interpretazione. Alla regia ovviamente c’era Federico Grassi!

Ma l’esperienza davvero unica e irripetibile si è verificata al termine dello spettacolo, quando, insieme alla compagnia teatrale e a Federico, siamo andati al ristorante a mangiare!

Davvero una serata speciale, trascorsa in allegria con gente simpatica!

Unica nota inquietante della serata è stata quando ci stavamo spostando in auto verso il ristorante: Era circa mezzanotte e per le strade di Vercelli c’erano poche auto, stavamo percorrendo un lungo vialone alberato quando abbiamo incrociato una ragazza che correva beata al buio. Alta, bionda, pantaloncini attillati e auricolari nelle orecchie!

Ovviamente l’avvistamento ha destato in noi tutti curiosità e un filo di preoccupazione. In un mondo come il nostro non è sicuro per una fanciulla correre da sola di notte, proprio non lo eh!

Per il resto la serata è proseguita nel migliore dei modi, tutti seduti davanti una lunga, lunghissima tavolata a ridere e scherzare!!!

June 30

Ultimo post

Questo è il mio ultimo post in cui lascerò la possibilità di commentare. I motivi sono molti ma non starò qui a spiegarli tutti. Se fate caso c’è un vuoto di tre mesi abbondanti dopo dicembre 2007, è perché avevo chiuso il blog. Chi mi conosce sa che non sono nuovo a queste cose! Sono decisioni che comportano profondi cambiamenti nel blog lo capisco. L’aver chiuso per tre mesi mi ha fatto perdere quasi tutti i contatti con gli amici di prima. E’ un prezzo da pagare lo so. Ora per molti sono diventato trasparente, ma va bene… per altri non è accaduto nulla e questi, a mio parere, sono amici che sconfinano oltre la rete e so che loro capiranno!

Che altro aggiungere se non…..

June 27

Nuovo caso

Nota dell’autore: Questo racconto unisce le storie dei due racconti precedenti: “L’ultimo squillo” e “Contessa Vlad”  

NUOVO CASO         

 

 

Ero seduto al tavolino in fondo alla sala. Era una splendida mattina di inizio agosto. Insolitamente splendente per una città grigia come Milano. Tutta quella luce accecante strideva come gesso sulla lavagna contro il vuoto profondo e scuro che avevo dentro. La gente sedeva ai tavolini all’aperto; sorridente, spensierata e io potevo avere tutto il locale per me. Mescolavo annoiato il caffè, mentre il ragazzo che mi sedeva di fronte stava parlando a raffica raccontandomi la sua storia.

    Non avrei accettato questo caso. Forse non ne avrei accettati altri. Dopo i due anni spesi a dare la caccia al Fantasma e dopo aver scoperto la sua identità credo di aver raggiunto il limite.

    La potente famiglia che mi aveva assunto per indagare sul Fantasma non aveva accettato di buongrado il mio ritiro dalle indagini. A voler essere sinceri si erano infuriati da matti. I capi famiglia avevano tentato inutilmente di farmi cambiare idea. Troppo coinvolto per lasciare, mi avevano detto. Ma la realtà è che nessuno può dirmi cosa posso o non posso fare.

    Certo col senno di poi avrei anche potuto agire diversamente senza dover per forza tirarmi addosso l’ira di gente così importante e pericolosa. Ma tant’è, ormai il danno era fatto. Il mio ufficio era bruciato la notte scorsa ed era questo il motivo che mi portava ad incontrare quel probabile cliente, nel bar di mia sorella. Un elegante caffè situato in Piazza del Duomo a Milano.

    Perché hai programmato l’incontro se tanto sapevi che non avresti accettato? Zittii la voce accusatrice nella mia mente e mi sforzai di riprendere il filo del discorso.

    Mentre sorseggiavo il caffè rilessi rapidamente gli appunti che avevo scritto su un blocnotes.

E’ STATO LASCIATO DALLA RAGAZZA.

NON SI DA’ PACE

 PROBABILE CASO DA PASSARE AD UN COLLEGA ESPERTO IN QUESTO GENERE DI FACCENDE.

    Questi appunti erano circondati da scarabocchi e scritte varie il cui unico soggetto era sempre lo stesso. Contessa Vlad

    Non riuscivo a togliermela dalla testa. Così bella. Dannatamente elegante in tutti i movimenti che ricordavo aveva fatto mentre era accovacciata al mio fianco in banca, durante la rapina. I capelli neri, lucidi e morbidi. Quel vago profumo dolce che emanava la sua pelle. Lo sguardo, attento, profondo, con quel cipiglio indagatore e una lontana vena di dolcezza nel profondo. Ma forse ero solo io che l’avevo voluta notare? Visto quello che aveva fatto al rapinatore, il modo in cui lo aveva ucciso, vi era da chiedersi se una donna così era in grado di provare dolcezza.

    «…non crede anche lei che sia una possibilità?» la voce del ragazzo mi strappò al ricordo. Lo guardai restando in silenzio, fingendomi immerso in attenta riflessione, ma in realtà non avevo la più pallida idea di cosa avesse detto.

    Non fare lo stupido, almeno gli devi concedere la tua attenzione no? Porta rispetto, non vedi come sta soffrendo? E subito dopo: Gli appunti, pensa agli appunti…

    Guardai quel ragazzo, Enzo Rubini aveva detto di chiamarsi. La sua ragazza Marisa lo aveva mollato di punto in bianco, per telefono, mentre il poveretto si trovava a un’importante riunione aziendale. Sì, dovevo prestargli attenzione, dovevo comportarmi seriamente.

    «Quello che credo in realtà è che la sua ragazza si sia semplicemente stancata di lei.»

    Un lampo di rabbia nel suo sguardo mi fece capire di aver sbagliato giudizio, o meglio, di non aver ascoltato quanto mi aveva detto.

    Ma perché mi trovavo lì? Perché?

    «Ma ha ascoltato le mie parole? O forze pensava ad altro?»

    Accuse poco velate. Ma giuste. Riprenditi, lo puoi ancora fare, ne sei capace. La sincerità a volte paga: «Mi deve scusare, in questo periodo ho un diavolo per capello, questa notte il mio ufficio è andato a fuoco, diciamo che l’incendio non è stato casuale, anzi sarebbe meglio dire che gli hanno dato una mano a prender fuoco e questo pensiero mi ha un po’ distratto, sarebbe così gentile da riassumermi il tutto?»

    Alla parola incendio il suo sguardo si ammorbidì. Avevo fatto centro. Sono davvero bravo.

    Sì e sei anche disonesto!

    Enzo si morse il labbro inferiore, poi riprese a parlare: «Vede, Marisa per me è tutto. E’ tutta la mia vita e non posso riassumere quello che provo in poche parole. Perciò se avrà la gentilezza di concedermi la sua più totale attenzione le ripeterò tutto parola per parola.»

    Me la stava porgendo su un piatto d’argento e non potevo rifiutare.

    Annuii, ma lo fermai subito mostrandogli il palmo della mano aperta. Guardai sopra la sua spalla e in quel momento mia sorella Stefania, che si trovava dietro il bancone ad una quindicina di metri di distanza, si voltò a guardare verso la nostra direzione. I nostri sguardi s’incontrarono e non ci fu bisogno di aggiungere altro. Tra mia sorella e me c’è sempre stato un legame speciale. Lei per me è stata come una mamma, la madre che non abbiamo mai avuto. Anche se non mi stancherò mai di ripeterle che io sono nato un minuto prima di lei.

    Una volta durante un litigio furibondo le aveva urlato dietro che nostra madre era morta subito dopo averla messa al mondo, lasciando sottintendere che era stata sua la colpa. Mi pentirò a vita di averle detto quella frase e non scorderò mai lo sguardo truce che mi aveva gettato addosso. L’odio profondo e il dolore nei suoi occhi. Ma fu proprio grazie a quel litigio e, mi piace pensare anche grazie a quelle mie parole, che ero riuscito a tirarla fuori da un giro di compagnie poco raccomandabili. In seguito ha messo la testa a posto, si è sposata con un uomo onesto e affettuoso e insieme han messo su famiglia. Dal loro amore sono nati i miei due nipotini, Davide ha sei anni, è una peste che non esce di casa senza il suo Nintendo DS e Claudia di tre anni, dolce e generosa con tutti.

    Efficiente come sempre Stefy arrivò con un vassoio. Lo mise sul tavolino tra noi, vi posai gli  occhi sopra e corrugai la fronte.

    «Ma dov’è finito il caffè che ti ho chiesto?» Domandai cortesemente indicando il bicchiere di spremuta d’arancia sul vassoio, correlato da piattino di biscotti secchi all’apparenza deliziosi.

    «Caro, lo hai già bevuto il tuo caffè ora ti tocca una più salutare spremuta.»

    Mia sorella! Sempre a preoccuparsi della mai salute.

    «Non scherzare, sai che ho bisogno di almeno due caffè per carburare la mattina.»

    Poi Stefy si rivolse al mio ospite, «Lei gradisce qualcosa? Vuole un altro succo di frutta? O magari una spremuta?»

    Enzo Rubini annuì, «Grazie una spremuta mi farebbe piacere.» Stefy mi mise davanti la spremuta e fece per andare via, io la fissai in attesa del suo ripens…

    E infatti due secondi dopo girò sui tacchi e tornò da noi. «E vabbé tanto la salute è la tua.» Rimise la spremuta sul vassoio e fece per andar via una seconda volta ma Enzo la bloccò: «Se per lei fa lo stesso la bevo io quella spremuta.» Mia sorella sorrise gentile e passò a Enzo il bicchiere che precedentemente aveva preparato per me. «Grazie, LEI è molto gentile.» Calcò sul “lei” evidenziando il fatto che io non lo ero affatto. Poi, scorbutica si rivolse a me: «vado a preparare un caffè d’orzo.»

    Mi opposi: «Stefy non scherzare sul caffè.»

    «Prendere o lasciare.»

    «Lascio.»

    Lei sollevò un sopracciglio e attese, questa volta sarei stato io a avere un ripens…

    «Okay vada per un caffè d’orzo.» Acconsentii mio malgrado. Quando ci si mette mia sorella sa essere davvero testarda. Tornai al mio cliente. «Mi scusi l’interruzione, stava dicendo.»

    Lui stava osservando l’interno del bicchiere. Sembrava esserne stato ipnotizzato. Gli concessi qualche secondo, poi: «Scusi sta bene?»

    Sollevò il capo, sembrava stanco e l’impressione che ebbi era che in quei pochi minuti fosse invecchiato di qualche anno.

    «Sa, l’ultima volta che ho bevuto una spremuta ero insieme a Marisa…» lasciò la frase in sospeso e decisi che era giunto il momento di cambiare marcia alla conversazione, in fondo glielo dovevo no?

    «Andrea.»

    Lui annuì sistemandosi meglio sulla sedia, «Bene Andrea, ti stavo raccontando di Marisa, vedi noi stiamo assieme da tutta una vita, da sempre praticamente, io non ho avuto altre ragazze e idem per lei.»

    Inarcai un sopracciglio mostrandomi volutamente incuriosito, stavo cercando di metterlo a suo agio (o di mettermi io) ma sembrava che la mia allusione non fosse stata colta, così la espressi a parole; presi il blocchetto degli appunti in mano e trascrissi una frase ripetendola a voce alta: «Marisa non ha mai avuto una storia con altre ragazze.»

    Dapprincipio Enzo sembrò stralunato, mi fissava come se avessi bestemmiato poi tornò sulla terra, capì la battuta e si sforzò di sorridere.

    «Intendevo dire che anche per lei non ci sono stati altri ragazzi».

    Io annuii e finsi di vergare una riga sulla frase appena scritta. Poi concessi la mia più sincera attenzione alla sua storia; alla storia di “Marisa ed Enzo”.

    Fummo interrotti solo una volta da mia sorella, quando mi portò il caffè d’orzo che, nonostante tutto l’amore che ci aveva messo per prepararlo, non aveva nulla a che spartire con un espresso come Dio comanda.

    Mentre ascoltavo il racconto di Enzo mi sforzai di non pensare alla Contessa Vlad e in parte ci riuscii. Onestamente qualcosa strideva in quella storia. L’amore incondizionato di Marisa per Enzo, così come lui lo stava descrivendo, non lasciava spazio ad interpretazioni. Sembrava palese che a Marisa fosse accaduto qualcosa. Che si fosse allontanata contro la sua volontà.

    Tuttavia mi presentò prove a discapito di questa tesi. Enzo sembrava un ragazzo coscienzioso e onesto e non volle tralasciare alcun dettaglio, così mi disse che la polizia aveva perquisito la casa di Marisa e non aveva trovato nulla di sospetto a loro dire. Se non che una persona se n’era andata via di punto in bianco lasciando un appartamento, le bollette, la rata dell’auto da pagare mensilmente e tutta una serie di altre cose che un ragazza precisa e responsabile, come era Marisa non avrebbe lasciato.

    Però, aveva sostenuto l’investigatore della polizia che si era occupato del caso, quando arriva quella passione travolgente non si può fare nulla. Aggiungendo che a suo parere Marisa era fuggita con l’amante.

    A sostegno di questa tesi vi era la testimonianza di un uomo che sosteneva di aver visto Marisa salire in auto con qualcuno il pomeriggio in cui era scomparsa e che un attimo prima di partire aveva scorto un bacio passionale tra i due.

    Il fatto che questo testimone si fosse reso irreperibile e avesse fornito false credenziali non fugava le certezze della polizia.

    «Quello che ti chiedo io, Andrea, è di trovare quest’uomo e verificare la sua testimonianza.»

    Rimasi in silenzio valutando (e lo feci in tutta onestà) se accettare o meno il caso.

    «Sai Enzo, credo sia opportuno che ti tu rivolga a un mio collega,» sfilai dal portafogli un biglietto da visita e glielo porsi. Lui non lo guardò nemmeno, al contrario mantenne il suo sguardo risentito su di me mettendomi a disagio.

    «No! Non voglio qualcun altro che si occupi di Marisa, voglio te.»

    Rimasi lì, a fissarlo immobile, braccio teso e tra indice e medio della mano un biglietto da visita di un investigatore. Trascorsi alcuni secondi, in cui nessuno dei due si mosse, Enzo si decise a prendere il biglietto. Io mi lasciai sfuggire un sospiro.

    «Credevo fossi diverso. Non hai le palle!» Commentò secco sostenendo il mio sguardo.

    Io accantonai quell’accusa, e lasciai perdere. Avevo davanti un ragazzo che soffriva per amore, non mi sembrava giusto infierire. Sorseggiai in silenzio il caffè disgustoso con il suo sguardo posato sulla mia fronte, poi risposi calmo: «Credo che la nostra conversazione sia terminata.» Della serie, sloggia bello che non ho tempo. Più che tempo non avevo voglia di buttarmi su un nuovo caso e vedendo quanto Enzo ci teneva a ritrovare Marisa era più che giusto che rinunciassi. Meritava tutta la professionalità e l’attenzione di un vero investigatore e io non mi sentivo più tanto sicuro dei miei mezzi.

    Pensavo si sarebbe alzato. Credevo che sarebbe andato via incazzato, magari sbattendo giù la sedia. Invece rimase lì a fissarmi con uno strano sorriso. Come di vittoria.

    «Lei aveva previsto questa tua risposta perciò leggi qua.» Mi disse passandomi un foglietto bianco ripiegato.

    Ci fu un clik al centro della mia mente. Lei? Lei chi? Ma la risposta era tanto scontata quanto improbabile. Presi il foglietto. Era sigillato con della cera rossa, tipo le vecchie lettere che si vedono nei film

    NON DIRE QUELLA PAROLA

    nei film di

    ZITTOOOOOOOOO

    di vampiri. No! Non era possibile! Il timbro che era stato posato sulla cera rossa quando era ancora calda raffigurava un pipistrello! Mentre strappavo il sigillo le mie mani tremavano.

    Lo aprii e lessi avidamente:

 

Andrea, so che il nostro incontro vi ha sconvolto.

Non era mia intenzione. Vi stimo molto.

Il ragazzo che vi siede di fronte soffre per un grave perdita.

Io non posso agire alla luce del sole come vorrei.

Vi chiedo quindi di concedermi il vostro aiuto.

Non rimane molto tempo temo.

Marisa è ancora viva, lo so per certo.

Ma ho bisogno di voi per trovarla.

Volete aiutarmi?

I vostri servigi saranno ampiamente ricompensati.

Non trasmettete il contenuto di questo messaggio a Enzo.

Poi vi spiegherò tutto.

 

                                   Liz

 

Due considerazioni: la prima era che Enzo non aveva letto il biglietto perché sigillato. La seconda, ancora più importante era che sì, per Dio, avrei accettato quel caso! Lo so è ipocrita da parte mia questo comportamento. Fino a pochi secondi prima ero pronto a scaricare questo poveretto senza nemmeno tanti scrupoli. E adesso morivo dalla voglia di iniziare a lavorare a questo caso. Il fatto era che prima di leggere la lettera non avevo le forze per affrontare tutto. Mi era bastato leggere il suo messaggio, il suo nome, per ritrovare me stesso.

    «Sapevo che avrebbe cambiato idea.» Disse Enzo sicuro che avrei accettato. Credo si leggesse in faccia la mia decisione. Si alzò e mi tese la mano. Io gliela presi senza dire nulla. Ero senza parole.

    Enzo si allontanò in silenzio.

    Rilessi il biglietto poi mi sentii chiamare, era Enzo, fermo sulla porta del bar. «Ah! La sua amica ha detto che stasera sarebbe passata a trovarla a casa.» Poi uscì.

 

Continua…

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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
June 23

Contessa Vlad (tre di tre)

Contessa Vlad

(tre di tre)

 

 

L’uomo ordinò alla ragazza di entrare nel bagno, poi la seguì in silenzio e chiuse la pesante porta di legno. Il bagno di quella banca era qualcosa di eccezionale, piccolo ma magnifico. Il rapinatore notò subito l’originalità dei mobili e ne fu felice, sarebbe stato un bel posto per farsi quella pupa da sballo.

    Il locale era piccolo nel complesso, sulla parete di destra vi era un mobile di legno stile Luigi XV. Incastonato dentro il grande mobile vi era lo specchio antico e il lavandino. Piccoli oggetti dorati erano sistemanti nei ripiani sopra il mobile e ai lati del lavandino e contenevano saponi, unguenti e profumi. Nella parte sinistra della stanza era stato sistemato un grande armadio antico a due ante e in fondo si trovava una piccola porticina di legno che presumibilmente dava accesso ai servizi.

    La ragazza si era allontanata da lui andando a fermarsi davanti al lavandino. Lo stava fissando terrorizzata. L’uomo se ne compiacque. Se avevano paura, se lo temevano era più bello. Vantava numerosi stupri nella sua carriera, ma era più che certo che questo avrebbe rapidamente scalato la classifica. Quella ragazza era qualcosa di magnifico. Elegante e sensuale. Eccitante con la sua gonna corta di cotone rosa. E poi quello sguardo di  puro terrore, gli occhi blu grandi e angosciati… magnifico. L’uomo sorrise sotto il passamontagna e si leccò le labbra, poi disse: «Ora noi due ci divertiremo».

    Se la immaginava stesa sopra il ripiano del mobile, affianco al lavandino a dimenarsi e piangere per respingerlo, una visione fantastica!

    Ma cosa? Perché respirava così velocemente ora? Sembrava le stesse venendo un attacco di qualcosa, mica sverrà vero? Bé in tal caso lui non si sarebbe di certo tirato indietro, sveglia o priva di sensi era sempre una tipa da schianto.

    La ragazza lo stava fissando attraverso lo specchio e respirava velocemente, il petto si gonfiava a ritmo sempre più incalzante, poi d’un tratto smise di respirare, lo fissò con una strana luce negli occhi ed infine cacciò fuori un urlo terrificante che colse il rapinatore di sorpresa e lo fece indietreggiare d’istinto di un passo o due.

    Uno solo grido, e poi la ragazza si ammutolì e abbassò la testa fissando il pavimento in silenzio. Con enorme piacere il rapinatore notò che aveva iniziato a tremare dalla paura. Se provavano terrore di lui era più bello.

    L’uomo sollevò la pistola e la puntò contro la ragazza, avanzò un passo e stava per ordinarle di spogliarsi quando si fermò confuso.

    Ma che diavolo?

    Con uno scatto improvviso la ragazza sollevò la testa ed incrociando il suo sguardo l’uomo capì che qualcosa non andava.

    L’istinto lo portò ad indietreggiare, doveva capire cosa c’era di sbagliato nella scena che aveva davanti.

    La ragazza si era voltata, stava ferma affianco al lavandino e lo fissava tremante di paura.

    Tremante di paura?

    Di paura?

    Ecco cosa non andava, la ragazza non stava tremando perché aveva paura!

    Stava ridendo!

    L’uomo aveva sempre la pistola sollevata e puntata contro il viso di quella che per lui era una bella sconosciuta. Una sconosciuta che, a dispetto della situazione in cui si trovava, stava ridendo. Si stava prendendo gioco di lui!

    In preda alla rabbia l’uomo aumentò un po’ la pressione del dito sul grilletto.

    Seguì uno sparo!

    Qualcuno in banca aveva sparato. Forse il suo socio aveva seccato uno che gli stava dando fastidio. Seguì un trambusto fuori della porta.

    La polizia aveva fatto irruzione!

    L’uomo fu colto dalla paura di essere preso, non aveva vie di fuga, chiuso in quel bagno. Guardò la ragazza che nel frattempo aveva smesso di ridere e aveva preso a fissarlo con uno sguardo che non gli piaceva affatto. Sembrava compiaciuta.

    Era un ostaggio! Ecco cosa rappresentava per lui in quel momento. Un ostaggio e addio sveltina.

    Ma evidentemente la sconosciuta aveva altri piani per lui e quando parlò, quando glieli espose l’uomo comprese solo marginalmente chi aveva di fronte.

 

    Lei avanzò un passo verso il rapinatore. Lui non se ne era neppure accorto. Era stato distratto dallo sparo. Anche lei vi aveva prestato attenzione ma in un altro modo.

    Si era concentrata sui battiti cardiaci delle persone fuori la porta. Li aveva registrati tutti, quando si era trovava rannicchiata nel gruppo assieme a loro. Poteva sapere che l’uomo che si era trovato in prima fila con lei e l’investigatore era stato colpito. Ebbene ora lei sapeva che quell’uomo era morto.

    Un’altra vittima che non avrebbe dovuto esserci. Il ragazzo era stato il primo. Di questo lei era dispiaciuta. Nondimeno era decisa a portare a termine il suo lavoro. Il più importante tra tutti quelli che aveva fatto.

    Se non altro questo era qualcosa di personale.

    Il rifiuto dell’umanità che aveva davanti la stava fissando, era confuso e preoccupato.

    Fuori la gente urlava, c’era chi impartiva ordini e dei passi stavano correndo nella loro direzione.

    «Temo che il plurale nella vostra frase sia inopportuno. Qui l’unica a divertirsi sarò io.» Detto ciò la ragazza si mosse velocemente come solo lei poteva fare e scomparve dalla visuale del rapinatore, il quale si produsse in un inutile ricerca del bersaglio muovendo con rapidi scatti la pistola davanti a sé.

    Lei lo prese alle spalle e lo immobilizzò conficcandogli uno spillo dietro il collo. Poi con un coltello affilato gli squarciò il giubbotto, il maglione e la maglietta lasciandogli scoperta la schiena. Rapidamente e con una precisione chirurgica fece penetrare una serie di spilli nelle vertebre, in punti precisi causando danni mirati. Le braccia dell’uomo caddero penzoloni lungo i fianchi, la pistola finì rumorosamente a terra. La testa gli ciondolò e poi ricadde in avanti, il respiro si fece affannoso.

    Lei sistemò gli ultimi due aghi. Uno bloccava la possibilità di urlare dell’uomo. L’altro era andato a conficcarsi nel punto esatto dentro la colonna vertebrale dove transitano i fasci di nervi che hanno il compito di portare il senso del dolore fisico al cervello. Una lieve pressione di quello spillo e l’uomo avrebbe provato un dolore insopportabile. Aveva anche inibito quel senso di autodifesa che permette al cervello di indurre lo svenimento quando si supera la tolleranza al dolore fisico.      

    Avvicinò la bocca all’orecchio dell’uomo e in un sussurro disse: «Voi avete ucciso un ragazzo a sangue freddo e senza ragione.»

    Ciò detto mosse lo spillo a destra e a sinistra dentro il fascio di nervi. L’uomo s’irrigidì e sgranò gli occhi che presero a lacrimare. Stava soffrendo come mai gli era capitato e lo stav